10BPHOTOGRAPHY
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Ethic

Il 10b Photography é un laboratorio di comunicazione visuale al servizio della fotografia.  Tra i servizi che offriamo, la Camera Oscura Digitale rappresenta l'odierno sviluppo della tradizione analogica di interpretazione del negativo, di quel processo creativo utile quindi ad elaborare la forma finale della fotografia come sintesi dei desiderata estetici dei fotografi e della nostra autorialità.  L'introduzione del formato di ripresa RAW ha permesso che il  procedimento di sviluppo e stampa del file cosi registrato possa essere del tutto similare a quanto avveniva ed avviene con la normale pellicola.  Al pari di un qualsiasi negativo analogico il file RAW non può essere considerato un'immagine pronta alla stampa, in esso sono contenute delle informazioni non modificabili, che garantiscono l'impossibilità di manipolazione della foto, e che allo stesso tempo permettono la procedura di sviluppo - calibrazione - stampa analoga a quella classica.  Questo particolare aspetto del file RAW é il punto più controverso della fotografia digitale, in quanto concetto che spesso sfugge ai suoi detrattori e ai nostalgici della camera oscura tradizionale, ma il RAW é a tutti gli effetti un negativo, e la sua stampa, che sia fisicamente su carta o digitalmente su file, deve seguire ad un processo di elaborazione, di raw conversion e di digital enhancing.  La registrazione da parte della fotocamera del RAW avviene senza nessun intervento di software, e i bit che ne derivano sono "puri", appunto immodificabili. Successivamente l'insieme dei dati numerici viene ordinato e trasformato, attraverso un software, in un immagine digitale, la raw conversion appunto.
Arriviamo così alla definizione dell'immagine latente nell'era digitale.
 
Di seguito due esempi di procedura analogica tradizionale in cui il processo di interpretazione del negativo ha permesso risultati ben conosciuti, e sicuramente più vicini alla rappresentazione immaginata dal fotografo di quanto il solo negativo potesse permettere:

©Sebastiao Salgado/Magnum, Brasil, 1980. Printed by Jean-Yves Bregand. Left: Analogic "direct" print 1 - right: dodge and burn print

 

©Josef Koudelka/Magnum, Jarabina, 1963. Printed by George Fevre. Top and middle: Analogic "direct" print 1 & 2 - bottom: dodge and burn print

 I famosi stampatori Fevre e Jean-Yves Bregand interpretavano così i negativi di Josef Koudelka e Sebastiao Salgado.

Le innovazioni tecniche apportate dallo sviluppo dei sensori digitali, dotati di una sempre maggiore sensibilità e latitudine di esposizione, stanno definendo una diversa e maggiore qualità della rappresentazione fotografica, se vogliamo addirittura più aderente al reale di quanto fosse la fotografia a colori in pellicola.  Un'era iniziata nel 1935 con l'introduzione della pellicola per diapositive Kodachrome, che fin dalle prime fasi ha mostrato come l'esigenza di una corretta calibrazione dei colori fosse passaggio fondamentale del suo procedimento, come risulta chiaro dalle prossime emblematiche immagini che illustrano le fasi di interpretazione di questa diapositiva:

©Harry Gruyaert/Magnum, 1982

 

 

Da allora ai colori digitali di oggi, abbiamo assistito ad innumerevoli cambiamenti nella percezione cromatica legata alle diverse tecnologie di volta in volta introdotte. Questo ad esempio un negativo tradizionale, sviluppato chimicamente, scansionato e "stampato" digitalmente.

©Massimo Siragusa/Contrasto, Fondo Fucile, 2009. Digital imaging by 10b photography. Top: analogic negative - middle: digital scan - bottom: digital print

La prima evidenza e' che la parola "stampa" acquisisce un nuovo significato, non si tratta piu' di una stampa cartacea, o comunque su un supporto analogico, ma di una stampa digitale, composta da bits.  Come la stampa su carta rappresenta nella fotografia analogica il risultato finale di un processo, allo stesso modo l'immagine, jpg o tiff che sia, derivante dall'elaborazione digitale é il frutto del processo fotografico, della ripresa a cui fa seguito un'interpretazione. 

Che il passaggio alle tecnologie digitali di ripresa sia ancora controverso, anche tra gli addetti ai lavori, risulta evidente dalla discutibile esclusione del fotografo Klavs Bo Christensen da parte dei giudici dal prestigio premio POY.
Legittima da parte degli stessi la richiesta al fotografo di fornire i file RAW delle immagini presentate in concorso, per escludere il dubbio di una manipolazione, ma lascia perplessi il giudizio di annullarne la partecipazione per "eccesso di Photoshop".  Ha ragione Christensen nel dichiarare : "... a RAW file ... has nothing to do with reality and I do not think you can judge the finished images and the use of Photoshop by looking at the RAW file", ma probabilmente occorre una precisazione per specificare e quindi differenziare i concetti di manipolazione e digital enhancing

 

Il nostro parere, naturalmente, non ha nulla a che vedere con l'estetica o il valore giornalistico di questa immagine, ma e' solo la nostra visione sull'etica di questa lavorazione.

Seguiamo con attenzione il contemporaneo dibattito sull'etica che coinvolge la scena fotogiornalistica e siamo consci dei dubbi di molti generati dall'estesa possibilita' di modificare il dato reale. Proviamo quindi a definire ora, alla luce di queste analisi,  il confine etico nella pratica della camera oscura digitale per il fotogiornalismo.

A nostro parere si può parlare di manipolazione nella rappresentazione del dato reale quando si effettua uno SPOSTAMENTO volontario di pixels, quando cioè una o più unità minime dell'immagine vengono sostituite o clonate. Questo spostamento permette la definizione di nuove realtà (visive) estranee al dato registrato attraverso l'obiettivo in un dato tempo e un dato luogo, si tratterebbe quindi di una mistificazione della realtà, ovviamente contraria al principio etico fondante il giornalismo.

Ma nella fotografia di Christensen non c'e' NULLA di piu' o di meno nella stampa (sotto) che non esista anche nel negativo (RAW sopra).  La differenza sembra sottile, ma determina invece la frontiera tra i già citati concetti di manipolazione e digital enhancing, tra deformazione della realtà e bilaciamento cromatico, tra mistificazione e interpretazione rispettosa del dato reale.

E' necessaria una precisazione anche per alcune delle regolazioni cromatiche possibili grazie ai software di fotoritocco.  Mentre il "bilanciamento colore" permette di equalizzare i toni generali di una foto senza compromettere i rapporti tra colori cosi come erano al momento dello scatto, un altro strumento permette invece, con facilità, di manipolare l'immagine finale modificando la tonalità dei singoli colori (HUE). La modifica della tonalita' (HUE) comporta lo SPOSTAMENTO tonale e cromatico generando una nuova corrispondenza dei colori del tutto artificiale.
Il bilanciamento colore, e' invece strumento fondamentale per cercare la verosomiglianza cromatica con la scena reale, con la percezione di quel momento, nel fotogiornalismo in particolare ha origine dai dati registrati nel RAW e quindi esprime una corrispondenza con il reale. L'immagine di Christensen non ha nessuna modifica di tonalità, é sicuramente saturata e contrastata selettivamente, ma in maniera senza dubbio più "modesta" di un inversione chimica (cross processing in C41) o di una stampa da diapositiva, magari sottoesposta.

Per il resto, e' molto complicato definire dei termini tecnici accurati ed e' facile imbattersi in linee guida troppo interpretabili (ad esempio qui).

Ma soprattutto, rimane poco logico, come lo stesso Christensen afferma, paragonare un negativo ad una stampa,  nel nostro caso un file RAW ad un file immagine.In mezzo c'e' lo sviluppo, la scelta di contrasto, saturazione e densita' del negativo, e solo in seguito la stampa.
Quella e' cio' che va vista e giudicata.

I nuovi stampatori, sono come quelli di sempre : onesti, disonesti, poetici o semplicemente degli artigiani.Lavorano sui dei negativi diversi, fatti di bit, e rispettano le regole che vengono dalla societa'.

Chi scatta sottoesponendo, chi sovraespondendo, chi sviluppa grigio, chi contrastato, e poi si stampa, con l'ingranditore o con il mouse, ma sempre per fare assomigliare la fotografia al proprio pensiero.Non e' il prima e dopo che ci puo' scandalizzare.
Non possono essere il contrasto, i colori saturi o magari desaturi, un cielo scurito o un bilanciamento del colore ad essere accusati di manipolazione.Altrimenti si dovrebbe affermare per esempio che TUTTA la fotografia in bianco e nero, anche quella dell'era analogica, é frutto di manipolazione.

Ogni foto, ogni negativo ed ogni "stampa" (intesa come file) ha un percorso preciso. Ecco alcune immagini scattate scure per non perdere dettaglio nelle alte luci, sviluppate (inteso come raw conversion) molto morbide, grigie, per poter cercare dettagli finissimi e appositamente bilanciate neutre per poter poi intonare i colori con piu' grazia e controllo di un macchinario automatico o di un complicato sviluppo cromogeno.

© Yuri Kozyrev / NOOR. Digital imaging by 10b Photography

© Stefano De Luigi / VII Network. Digital imaging by 10b Photography

© David Furst / AFP. Digital imaging by 10b Photography
© David Furst / AFP. Digital imaging by 10b Photography

© Francesco Zizola / Noor. Digital imaging by 10b Photography

Pensiamo quindi che i giudici del POY abbiano preso una decisione discutibile sia dal punto di vista tecnico che etico, e che dovrebbero fornire una definizione più precisa del concetto di "eccesso di photoshop" che non sia in contraddizione con la storia della fotografia.